FRH Biennial Conference: Cardinal Beniamino Stella’ speech

Following is a transcript of the Cardinal Beniamino Stella’ speech during the FRH Biennial Conference in Vicenza.

Pellegrinaggi, luoghi sacri e migrazioni. Sfide e prospettive

Vicenza, 9 novembre 2016

Desidero ringraziare l’Organizzazione Future for Religious Heritage, nella persona del Presidente Olivier de Rohan Chabot, per l’invito rivoltomi a partecipare alla consueta Conferenza biennale. Rivolgo un cordiale deferente saluto alle Autorità presenti, e a tutti voi.

La vostra realtà si occupa, da diverso tempo, della cura e della conservazione del patrimonio religioso, lavorando per stimolare una riflessione culturale in merito, per favorire lo scambio di esperienze e promuovere un’adeguata politica europea. In questo contesto, considerati i rapidi cambiamenti della società europea, che vanno sempre più nella direzione della mobilità e del pluralismo culturale e religioso, al centro della vostra attenzione si pone il tema del “turismo religioso”.

La Conferenza biennale che stiamo celebrando qui a Vicenza ci stimola a guardare da vicino il fenomeno dei turisti e dei viaggiatori religiosi, esplorando la tematica del pellegrinaggio nei suoi aspetti culturali e in quelli più spirituali, senza trascurare il suo legame con i luoghi – come ad esempio i Santuari – e il significato simbolico del pellegrinaggio, per la “lettura” della nostra vita e del mondo attuale.

Vorrei dunque soffermarmi sul tema, articolandolo in tre momenti, che ritengo strettamente connessi tra loro:

1. il senso religioso e spirituale del pellegrinaggio come realtà simbolica dell’uomo e del cammino della sua vita;

2. la cura dei luoghi di pellegrinaggio e la conservazione dei beni, in quanto essi esprimono questa ricerca umana e spirituale, e rappresentano, altresì, il patrimonio culturale, in cui vengono custodite la memoria e l’identità del popolo;

3. Le implicazioni socio-culturali del pellegrinaggio religioso e le sfide che offre, in riferimento alla mobilità del mondo odierno e al fenomeno delle migrazioni.

1. Il pellegrinaggio nel suo significato religioso

C’è un dato originario, che precede ogni esplicita confessione religiosa, dal quale emerge l’importanza simbolica del pellegrinaggio: fin dalla sua nascita, l’uomo esce dal grembo materno e si incammina lungo lo spazio e nel tempo della propria vita e del mondo.

Nelle sue ricerche, nelle esperienze, nelle domande, nelle sue progettualità, l’uomo esprime il suo essere pellegrino alla ricerca della verità e della felicità; la sua vita è un incessante e talvolta sofferto viaggio; l’unica condizione perché egli resti davvero umano, è questo “restare in cammino”, farsi viandante, domandare, cercare, esplorare il mondo e conquistare nuove mete.

Il significato religioso del pellegrinaggio non si aggiunge, dall’esterno, a questo dato antropologico, ma, anzi, ne vuole allargare il senso: questa continua e incessante ricerca, in definitiva, non è altro che una ricerca di Assoluto, cioè di Dio. L’uomo è un viandante, non solo perché la sua vita è dinamica e, perciò, contraria a ogni immobilismo, ma, molto più, perché in tutto ciò che chiede e che fa, egli cerca, spesso inconsciamente, un senso profondo della sua vita, della sua origine e del suo termine.

In questo senso, l’uomo è un essere religioso, prima ancora di appartenere esplicitamente a questa o a quella fede, purché non rinunci a interrogare se stesso e a gettare luce nel mistero della vita, a cercare la verità e il bene superiore che soddisfa e sazia l’anima. Su questo terreno, indipendentemente e prima di ogni confessione religiosa, anche fede e ateismo possono incrociarsi e stringersi la mano, direi incontrarsi e parlarsi. Potremmo qui ricordare ciò che amava ripetere spesso il Cardinale Carlo Maria Martini: “La differenza vera non è tra credenti e non credenti, ma tra pensanti e non pensanti”.

Credenti e atei – aggiungerei: se davvero ci sono – sono infatti accomunati da questo desiderio di ricerca della verità che li porta a interrogare la vita e a dialogare insieme sul senso dell’esistenza, sulla realtà, sull’etica, sulla morte e cosi via. Come afferma Joseph Ratzinger, in una delle sue opere teologiche più famose: “Tanto il credente quanto l’incredulo, ognuno a suo modo, condividono dubbio e fede, sempre che non cerchino di sfuggire a se stessi e alla verità della loro esistenza […] E chissà mai – scrive – che proprio il dubbio, il quale preserva tanto l’uno quanto l’altro dalla chiusura nel proprio isolazionismo, non divenga il luogo della comunicazione” (J. RATZINGER, Introduzione al cristianesimo. Lezioni sul simbolo apostolico, Queriniana, Brescia 2005, 39).

In ogni uomo, cioè, è iscritta una sete di verità, potremmo dire un pellegrinaggio interiore che lo conduce, almeno di tanto in tanto, a fermarsi e chiedersi: “Chi sono io?”, “Dove sono?”, “Verso dove sto andando?”, “Cosa mi sazia davvero?” In queste domande c’è il dinamismo religioso della vita, un ruscello sotterraneo e profondo, che ci accompagna sempre: proveniamo da una realtà che ci supera, e che ci sospinge dal di dentro a non accontentarci dei soli orizzonti terreni e materiali; perciò, l’uomo è un essere in cammino, aperto a una prospettiva più grande, verso una realtà infinita che lo abita , e che riaffiora dentro di lui, sotto forma di santa inquietudine, e davanti a lui, come aspirazione verso una mèta desiderata.

Certo, nella società del progresso e del consumo, può essere che l’uomo, anche senza volerlo, venga trascinato e assorbito nel vortice illusorio di alcuni paradisi artificiali e, pensando di potersi appagare, spegne o cerca di far tacitare, almeno per un po’ di tempo, questa nostalgia di Dio.

Afferma il Santo Padre: “Se noi siamo pieni di cibo, non abbiamo fame. Se noi siamo comodi, tranquilli dove stiamo, non abbiamo bisogno di andare altrove”; eppure, prima o poi, ogni essere umano viene a capo con se stesso e inizia a chiedersi: “Sono tranquillo, contento, non ho bisogno di niente nel mio cuore? La mia nostalgia si è spenta?” (Papa Francesco, Omelia Santa Marta, 1° ottobre 2015).

In un’Udienza del 2012, questa “estasi umana che si traduce in pellegrinaggio” fu messa in luce da Benedetto XVI che, riprendendo la sua prima Enciclica, Deus Caritas est, parlò delle esperienze umane, soprattutto di quelle legate all’amore, come ricerca di un significato ulteriore rispetto alle risposte semplicemente umane, un “esodo permanente dell’io chiuso in se stesso verso la sua liberazione”, fino ad arrivare alla scoperta di Dio. Diceva il Papa Benedetto:

“Ogni bene sperimentato dall’uomo protende verso il mistero che avvolge l’uomo stesso; ogni desiderio che si affaccia al cuore umano si fa eco di un desiderio fondamentale che non è mai pienamente saziato…l’uomo è cercatore dell’Assoluto, un cercatore a passi piccoli e incerti. E tuttavia, già l’esperienza del desiderio, del «cuore inquieto» come lo chiamava sant’Agostino, è assai significativa. Essa ci attesta che l’uomo è, nel profondo, un essere religioso, un «mendicante di Dio»”. (Benedetto XVI, Udienza Generale, 7 novembre 2012).

Per tale ragione – continuava Benedetto XVI – l’uomo è chiamato a “non accontentarsi mai di quanto si è raggiunto”, a liberare “quella sana inquietudine che porta ad essere più esigenti”, e, soprattutto, “a percepire con sempre maggiore chiarezza che nulla di finito può colmare il nostro cuore”. (Benedetto XVI, Udienza Generale, 7 novembre 2012).

Restare in questo cammino di ricerca è, in qualche modo, aprirsi all’incontro con Dio. La fede, infatti, nasce da questo “viaggio di stupore”, che introduce nell’esistenza umana come una “finestra su Dio” e la conduce a scoprire, almeno nella fede dei cristiani che Egli, Dio, per primo, ha voluto farsi compagno di viaggio dell’essere umano e guida per la sua vita. In duplice senso, dunque, nella fede cristiana il pellegrinaggio conserva un posto centrale: perché Dio stesso si è messo in cammino verso l’uomo ed è sceso per liberarlo, e perché l’uomo, visitato dall’amore di questo Dio pellegrino, si muove verso di Lui, confessandoLo come pienezza e méta della sua vita.

E’ quanto troviamo narrato nella Scrittura, che appare come una storia di continue partenze, mostrandoci la relazione tra Dio e il Suo popolo attraverso il ritmo del cammino; ne è un esempio la chiamata di Abramo, che coincide con il dover lasciare la propria terra e, ancor più, ne è simbolo la narrazione dell’Esodo, paradigma della vita cristiana: la liberazione del popolo dalla schiavitù dell’Egitto per mano di Mosè, si realizza nel cammino tortuoso e faticoso verso la Terra Promessa.

Nella sua prima Enciclica, Lumen Fidei, cosi scrive Papa Francesco: “La fede ci apre il cammino e accompagna i nostri passi nella storia […] Un posto singolare appartiene ad Abramo, nostro padre nella fede. Nella sua vita accade un fatto sconvolgente: Dio gli rivolge la Parola, […] Ciò che questa Parola dice ad Abramo consiste in una chiamata e in una promessa. È prima di tutto chiamata ad uscire dalla propria terra, invito ad aprirsi a una vita nuova, inizio di un esodo che lo incammina verso un futuro inatteso […] La storia del popolo d’Israele, nel libro dell’Esodo, prosegue sulla scia della fede di Abramo. La fede nasce di nuovo da un dono originario: Israele si apre all’azione di Dio che vuole liberarlo dalla sua miseria. La fede è chiamata a un lungo cammino per poter adorare il Signore sul Sinai ed ereditare una terra promessa. L’amore divino possiede i tratti del padre che porta suo figlio lungo il cammino”. (Papa Francesco, Lumen Fidei, nn. 9-11).

Nella Bibbia, sono soprattutto i Salmi a raccogliere questa esperienza. Essi descrivono spesso il popolo di Israele in pellegrinaggio verso la Casa o il Tempio del Signore, verso la Città Santa, nella quale è simbolicamente prefigurato l’incontro finale con Dio nella Gerusalemme celeste. E’ molto interessante, in proposito, notare quanto sia fortemente tipico nel popolo ebraico questo carattere del “nomadismo religioso”, se si considera che la Bibbia ebraica – quello che noi conosciamo come l’Antico Testamento – si conclude con queste parole: “Chiunque di voi fa parte del suo popolo, il suo Dio sia con lui, e salga” (2 Cr. 36,23) L’invito a salire, ad andare cioè verso il Santo Monte, verso il Tempio, verso Dio, dice che la fede è essenzialmente un pellegrinaggio.

Nella pienezza dei tempi, come afferma San Paolo, Dio si manifesta facendosi uomo come noi, nel Suo Figlio Gesù. Lui è il compimento del pellegrinaggio: sia di quello di Dio, che nel volto del Figlio comunica la misericordia e l’amore, con cui vuole guarire le ferite dell’umanità, che di quello dell’uomo, il quale in Cristo può incontrare Dio come un Padre misericordioso, aprirsi alla relazione d’amore con Lui e intravvedere il futuro di gloria al quale è destinato e verso cui, perciò, è chiamato a camminare.

E’ per questo che il credere del popolo di Dio, da sempre, si esprime nella forma del pellegrinaggio. Esso ci ricorda che la fede cristiana non è una realtà statica, che si dà una volta per tutte, in modo definitivo, all’interno del recinto sacro delle proprie norme o delle proprie sicurezze; al contrario, si tratta di una realtà che vive grazie al dinamismo dello Spirito, suscitando nell’uomo, come fu per i Magi, il desiderio di uscire da se stessi, mettersi in cammino e incontrare Cristo, seguendo le Sue orme, accogliendo la Sua Parola e rinnovando, non senza fatica, a Lui che chiama, un generoso “eccomi” quotidiano, della mente e del cuore. Infine, tale pellegrinaggio dell’anima è possibile perché il credente è chiamato alla speranza definitiva della risurrezione e della vita eterna, che lo attrae, così come afferma Paolo: “La nostra patria è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo” (Fil 3,20).

2. Il pellegrinaggio, i suoi luoghi e l’impegno della cura del patrimonio

La parola “pellegrinaggio” evoca uno dei simboli più importanti della vita cristiana. Ponendosi nella storia della salvezza e in comunione con Cristo Suo Signore, buon samaritano che si è fatto “via” della nostra salvezza, i credenti in Cristo sono un popolo messianico in cammino, proteso verso il Regno ultimo e definitivo. Perciò, come recita un bel testo redatto dalla Santa Sede per il Grande Giubileo del 2000:

“Il pellegrinaggio, segno della condizione dei discepoli di Cristo in questo mondo, ha sempre occupato un posto importante nella vita del cristiano. Nel corso della storia, il cristiano si è messo in cammino per celebrare la sua fede nei luoghi che indicano la memoria del Signore o in quelli che rappresentano momenti importanti della storia della Chiesa. Si è accostato ai santuari che onorano la Madre di Dio e a quelli che mantengono vivo l’esempio dei santi. Il suo pellegrinaggio è stato processo di conversione, ansia di intimità con Dio e fiduciosa supplica per le sue necessità materiali”. (Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, Il pellegrinaggio nel Grande Giubileo del 2000).

Permettetemi qui di introdurre una distinzione tra “pellegrinaggio” e “turismo”. Passata l’euforia dell’epoca moderna e dei suoi miti, oggi possiamo affermare con serenità che, nel nostro mondo, i risultati del progresso non sono bastati a saziare il cuore dell’uomo e a spegnere la sua sete di domande ultime, cosicché egli continua a essere un viaggiatore desideroso di nuovi orizzonti, spesso affamato di giustizia e di pace e, nondimeno, posto dinanzi a enigmi esistenziali, rimasti insoluti, o a nuovi ostacoli da affrontare.

L’uomo, soprattutto grazie allo sviluppo delle comunicazioni, continua a “viaggiare”: si muove per conoscere nuovi luoghi e fare nuove esperienze, esplora inedite frontiere nel campo del commercio o della scienza, naviga nella rete, ecc.

E, tuttavia, qui restiamo nel campo del turismo e non ancora in quello del pellegrinaggio. Il turista, anche quando è animato da buoni desideri umani e culturali, è più concentrato su se stesso che sulla mèta del viaggio; egli vuole, quasi, fuggire dalla vita quotidiana e dalla routine, alla ricerca di nuovi stimoli e nuove sensazioni. Il pellegrino, invece, cammina con un obiettivo preciso: il suo viaggio è simbolo di un percorso interiore e spirituale verso l’incontro con Dio, e il luogo sacro in cui approda è un’oasi, una mèta, in senso fisico e spirituale, di un viaggio di conversione e di salvezza.

La distinzione è ben descritta dal sociologo cattolico Zigmunt Bauman, nel suo testo “La società dell’incertezza”: il turista ha come scopo la ricerca di una novità, ma vive in perenne movimento, cerca qualcosa che lo soddisfi, crea talvolta delle mete illusorie per proiettarsi in realtà ideali, e non entra mai in autentica relazione con i luoghi e le persone che incontra. Il pellegrino, invece, è spinto dal desiderio di raggiungere una méta precisa, che rappresenta un modo per ritrovare se stesso e Dio e, perciò, prepara il cammino, percorre la strada con gradualità, e, infine, rilegge la propria vita alla luce di ciò che simbolicamente quel luogo gli offre, entrando in vera relazione con Dio e con coloro che incontra.

Per questo il Codice di Diritto Canonico, a proposito dei santuari afferma che in essi bisogna offrire “ai fedeli con maggior abbondanza i mezzi della salvezza, annunziando con diligenza la parola di Dio, incrementando opportunamente la vita liturgica soprattutto con la celebrazione dell’Eucaristia e della penitenza, come pure coltivando le sane forme della pietà popolare”. (Can. 1234§1).

Il pellegrino, cioè, compie un cammino di preghiera, di penitenza e di conversione, nell’occasione di qualche evento festoso o per il desiderio di consegnare a Dio il peso di qualche angoscia o ferita personale; perciò, ha bisogno di essere accolto e accompagnato, di trovare nei luoghi sacri la possibilità che i simboli – religiosi e artistici – possano comunicargli, agli occhi e soprattutto al cuore, un messaggio decisivo per la vita, di poter sperimentare l’amore di Dio e l’intercessione di Maria e dei Santi.

Peraltro, non va dimenticato che “Spesso il santuario è già, in se stesso, un “bene culturale”: in esso infatti si riscontrano, quasi raccolte in sintesi, numerose manifestazioni della cultura delle popolazioni circostanti[…]Sotto questo profilo il santuario costituisce non di rado un valido punto di riferimento per definire l’identità culturale di un popolo. E allorché nel santuario si attua una armoniosa sintesi tra natura e grazia, pietà ed arte, esso può proporsi come espressione della “via pulchritudinis” per la contemplazione della bellezza di Dio, del mistero, poi, della “Tota pulchra”, cioé della Madre di Dio, Maria, e, infine, della meravigliosa vicenda dei Santi” (Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, Direttorio su Pietà Popolare e Liturgia, n. 276).

Perciò, fa parte di un servizio alla fede e all’umanità l’impegno per la conservazione visibile, sicura e ben curata delle testimonianze votive dell’arte e della pietà popolare, quindi del patrimonio artistico-culturale dei luoghi sacri (Can. 1234§2), dal momento che “dal punto di vista teologico il santuario, che non di rado è sorto da un moto di pietà popolare, è un segno della presenza attiva, salvifica del Signore nella storia e un luogo di sosta dove il popolo di Dio, pellegrinante per le vie del mondo verso la Città futura (cf. Eb 13, 14), riprende vigore per proseguire il cammino” (Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, Direttorio su Pietà Popolare e Liturgia, n. 262).

3. Il pellegrinaggio e le sue implicazioni socio-culturali

Vorrei fare un’ultima riflessione sul legame che c’è tra il pellegrinaggio e alcuni fenomeni socio-culturali del momento presente, connotati da segnali di precarietà e spesso di drammaticità, rispetto ai quali ci sentiamo talvolta impotenti e timorosi.

Assistiamo oggi a una realtà particolarmente ambigua, che ci viene magistralmente illustrata da Papa Francesco nell’Evangelii gaudium: da una parte, “L’umanità vive in questo momento una svolta storica che possiamo vedere nei progressi che si producono in diversi campi”; ma, dall’altra parte, a causa di un’economia dell’esclusione che emargina i più deboli, dell’idolatria del profitto, dell’iniquità sociale che genera violenza, si deve ammettere “che la maggior parte degli uomini e delle donne del nostro tempo vivono una quotidiana precarietà, con conseguenze funeste. Aumentano alcune patologie. Il timore e la disperazione si impadroniscono del cuore di numerose persone, persino nei cosiddetti Paesi ricchi” (Papa Francesco, Evangelii gaudium, n. 52).

A questa situazione generale si legano, soprattutto in Europa, alcuni fenomeni di grave entità, come ad esempio quello delle migrazioni dei popoli. Si tratta certamente di una realtà complessa, che ha bisogno di analisi approfondite inerenti all’ambito culturale, politico ed economico, che una comunità cristiana non può ignorare, senza cadere in quel diffuso letargo interiore, che si chiama la “globalizzazione dell’indifferenza”, spesso denunciata dal Santo Padre Francesco.

Il pellegrinaggio dell’uomo e dei popoli verso la verità, la giustizia e la pace incontra oggi numerosi ostacoli, spesso prodotti dall’arroganza e dalla prevaricazione politico-culturale, dal fanatismo religioso, dalle guerre e dalla povertà; così, come suona un testo della Santa Sede per il Grande Giubileo del 2000: “Alcuni «pellegrinaggi universali» rivestono un significato particolare. Pensiamo innanzitutto ai grandi movimenti di gruppi, di masse, talora di interi popoli, che affrontano enormi sacrifici e rischi per sfuggire a fame, guerre, catastrofi ambientali e per ricercare per sé e per i loro cari maggior sicurezza e benessere. Nessuno deve rimanere solo spettatore inerte di fronte a questi flussi immani che pervadono l’umanità quasi a correnti e che dilagano sulla faccia della terra. Nessuno deve sentirsi estraneo alle ingiustizie che spesso ne sono alla radice, ai drammi personali e collettivi ma anche alle speranze che vi fioriscono per un futuro diverso e una prospettiva di dialogo e di coesistenza pacifica multirazziale. (Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, Il pellegrinaggio nel Grande Giubileo del 2000).

Queste odierne sfide invitano la comunità dei credenti a ripensare profondamente anche il significato dei pellegrinaggi e dei luoghi sacri, che vada oltre un’interpretazione privata e individualista della fede; al contrario, nell’ottica della conversione pastorale della Chiesa, a cui Papa Francesco richiama, essi possono diventare occasione di crescita per la fede, per la promozione di una cultura dell’incontro e per un rinnovato impegno nella carità.

Nel nostro camminare di pellegrini verso oasi e luoghi di preghiera e di conforto interiore da tante ferite della vita, possiamo vedere una icona o un simbolo del camminare insieme di tanti fratelli in difficoltà, in fuga dalla loro terra, spesso disprezzati ed emarginati; senza dimenticare che il vero Santuario divino, che nella terminologia biblica è Cristo Gesù, Tempio del Padre, lo si raggiunge quando ci apriamo all’incontro con i fratelli più deboli, diventando per essi buoni samaritani, capaci di fermarci davanti alle loro ferite e di prendercene cura.

Concludendo, ritengo che sia importante situare il tema del pellegrinaggio anche in questo orizzonte più ampio, capace di farci superare l’ambito ristretto in cui tante volte lo releghiamo, intendendolo esclusivamente come uno spazio strettamente privato; in realtà, come spero di aver sufficientemente mostrato, si tratta di una realtà connessa a impegni e sfide ben precise. Riassumerei l’intervento così:

1. il pellegrinaggio è simbolo del cammino dell’uomo e dei popoli, una sfida che interessa i credenti e tutti gli uomini di buona volontà. E’ il segno visibile del desiderio insopprimibile dell’umanità di cercare la verità e di realizzare il bene;

2. i luoghi sacri verso cui i pellegrini si dirigono e si rivolgono, rappresentano veri e propri spazi dell’anima, utili a rivedere se stessi, aprirsi all’incontro con Dio, ma anche rinsaldare i legami di appartenenza con la propria cultura, espressa nelle opere religiose e artistiche. La sfida riguarda la conservazione e la cura di questo ricco patrimonio, attraverso le giuste attenzioni e le politiche adeguate, per trovare ancora in esso la possibilità di cogliere le sfumature della nostra identità storica e culturale;

3. il pellegrinaggio è infine una cifra simbolica del nostro tempo, dal momento che viviamo in un mondo dai confini aperti e in una realtà in continuo movimento; non possiamo dimenticare che numerosi gruppi di esseri umani sono costretti a spostarsi per fuggire da situazioni drammatiche, di violenza e di povertà. In tal senso, l’esperienza del pellegrinaggio è una sfida ad abbandonare la cultura dello scarto e a coltivare rispetto e prossimità con la realtà umana dei migranti, sviluppando, sia nell’ambito religioso che in quello socio-politico, “una cultura dell’incontro e dell’accoglienza” (Papa Francesco, Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2014).

Come si può vedere, il compito che ci aspetta è di grande peso e significato, e ciascuno – gli Stati, la Chiesa, il mondo della cultura – deve fare la sua parte. In questa sfida, la vostra Organizzazione è un protagonista centrale e, con la collaborazione di tanti, potrà certamente offrire un ottimo servizio. È ciò che desidero augurarvi di vero cuore, mentre ancora una volta vi ringrazio per l’invito e per l’ascolto. Grazie.